I mormorii cessarono.
Presi un respiro profondo.
«Oggi nessuno entrerà, perché tutta la tua famiglia merita di sapere perché tu e tua madre avete cercato di portarmi via questa casa.»
Il silenzio era così aspro che potevo quasi sentire il vento soffiare tra gli alberi oltre la strada.
Quella casa non è mai stata una «casa di famiglia», non importa quante volte Ofelia lo ripetesse. Era mia. Metà l'avevo ereditata da mio padre, e l'altra metà l'avevo pagata io stessa molto prima di sposare Sergio. Ogni piastrella, ogni mobile, ogni miglioria: pagata con i miei sforzi.
Ma Ofelia non l'ha mai accettato.
Dal momento in cui ha saputo che la proprietà era intestata a me, ha iniziato a parlarne come se appartenesse alla sua famiglia.
«Anche la famiglia di mio figlio ha dei diritti», diceva, ai parenti, ai vicini, persino agli operai che riparavano la recinzione. «Quella casa ora appartiene a tutti noi.»
Non era un commento isolato. Era un'abitudine. Un modo per mettere alla prova i suoi limiti.
Tre mesi prima del suo sessantacinquesimo compleanno, annunciò che lo avrebbe festeggiato lì. Non chiese, ma annunciò. 👇